Lettera aperta di Maria Teresa CAPORASO, madre di Valerio CASTIELLO, morto per incidente stradale il 7 aprile 2015 / Trasmessa alla GAZZETTABENEVENTO.IT da Peppino DE LORENZO e pubblicata il 10 luglio 2015

Lettera aperta di Maria Teresa CAPORASO, madre di Valerio CASTIELLO, morto per incidente stradale il 7 aprile 2015 / Trasmessa alla GAZZETTABENEVENTO.IT da Peppino DE LORENZO e pubblicata il 10 luglio 2015

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SCRIVE LA REDAZIONE:
Peppino De Lorenzo ha inviato la lettera che la mamma di Valerio Castiello, deceduto in un incidente stradale, ha voluto condividere con il nostro giornale.

“Caro direttore – scrive De Lorenzo – la mamma di Valerio, il giovane che, nella notte dello scorso lunedì in albis, morì in un incidente stradale nel pieno vigore dei suoi anni, mi ha fatto pervenire, a distanza di tre mesi, la riflessione che segue.
Ogni funerale è contro natura quando sia una madre a seguire il corpo senza vita del figlio, così come è giusto rimanere in silenzio dinanzi alla sofferenza di una mamma.

Lo scritto della mia collega psichiatra ci invita a riflettere, non poco, invitandoci a non dare importanza alle vicende futili dell’esistenza e a credere, invece, nei valori dell’amore e dell’affetto dinanzi ad una vita che non è mai quella che si vorrebbe.
Leggiamo, per questo, insieme le righe che seguono.”


LA LETTERA DI MARIA TERESA CAPORASO

Sono passati più di 90 giorni da quando mio figlio Valerio mi è stato definitivamente strappato, causa incidente stradale, da questo piano di esistenza.
Novanta giorni, un secondo… dieci anni, fa lo stesso!
Il tempo si ferma… come ha detto Papa Francesco.
La morte di un figlio è un buco nero che inghiotte il tempo.
E insieme a lui se ne va, si trasforma radicalmente (tanto per usare un eufemismo) anche la vita dei familiari che lo amavano.
Dice una poetessa indiana che il figlio è “il tuo cuore che cammina davanti a te”.
È un dolore che non può essere raccontato, né consolato (la frase ricorrente nel porgere le condoglianze non a caso è: Non ho parole).
Le persone si sentono inadeguate, spaventate, impossibilitate ad identificarsi tale è l’immensità dell’evento… forse può essere solo condiviso con altri genitori che l’hanno subito, in una dimensione di auto-mutuo-aiuto e nella “familiarità del dolore che si attiva tra genitori orfani-amputati” (non c’è neanche un termine, un aggettivo, una parola-madre che dia statuto e contenimento a questa categoria)…
Non voglio entrare nel merito delle leggi che riguardano l’omicidio stradale in tutte le sue varietà (trasportati, investiti) e le sanzioni che ne conseguono…
Siamo in Italia e tanto basta a chiudere ogni discorso tale è la sfiducia totale nelle istituzioni.
Quello che sarebbe importante fare in queste situazioni (forse già accade in qualche caso, ma io non lo so) è di “obbligare” il colpevole a lavorare, a “riabilitarsi”, nei luoghi della sofferenza, quella con la S maiuscola: hospice per pazienti terminali, case famiglia che accolgono pazienti con aids in stato avanzato, centri per malati con gravi patologie neurologiche, reparti di oncologia pediatrica (strazio puro!).
Insomma, di poter contattare anche loro tutti i giorni la sofferenza, il dolore e di tenere vivo in questo modo dentro di sé il ricordo della persona che non c’è più, per la quale si va lì tutti i giorni, e di compartecipare in questo modo, almeno in piccola parte, alla sofferenza dei familiari e della madre in questo caso che scrive, costretta a sopravvivere alla perdita del proprio figlio.
La mamma di Valerio

FONTE: https://goo.gl/QfSNPz

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